La Merkel vuole un nuovo euro ma non lo dice espressamente
scritto il 6 August 2011 da Narduzzi EdoardoLo spread tra Btp e Bund ha registrato ieri il nuovo differenziale record di 400 punti base. Essendo l’Italia uno dei paesi pilastro della casa comune europea e una delle più grandi economie del pianeta, è chiaro che ciò che si sta verificando deve essere analizzato con uno sguardo che va oltre il quotidiano. Perché le indecisioni e le diversità di visione sulle strategie da adottare, che ormai convivono da molti mesi tra i partner dell’eurozona, segnalano una volontà di cambiamento profondo rispetto a quanto fu deciso negli anni ottanta dagli allora leader di un’Europa molto diversa da quella di oggi.
La Germania della Cancelliera Angela Merkel vuole ad ogni costo restare ancorata al suo modello di sviluppo collaudato da molti decenni di successi: capacità di produrre per l’export e di gestire un continuo e importante attivo commerciale. Nella testa dei decisori tedeschi l’euro deve essere un facilitatore dei questa strategia export-led da ventunesimo secolo. E non una valuta indebolita dai conti pubblici truccati dei greci o dei portoghesi, né tantomeno una moneta resa poco credibile dai debiti o dai disavanzi pubblici degli stati membri. L’euro che hanno in testa i tedeschi è semplice: nessuna integrazione ulteriore nella governance politica ma una valuta considerata forte, quindi anche ritenuta utilizzabile come riserva monetaria a livello internazionale, per denominare contratti ed investimenti. L’euro tedesco deve semplificare gli scambi commerciali e finanziari nel mercato unico e trasferire forza e credibilità operativa nell’azione mercantile globale. Non è, quindi, una valuta per la quale dissanguarsi in caso di crisi, perché gli obiettivi minimi assegnatigli da Berlino sono conseguibili agevolmente attraverso una banca centrale credibile ed indipendente ed una unione di stati tra loro relativamente omogenei. Omogenei, ovviamente, alle caratteristiche macroeconomiche dei paesi core dell’eurozona, cioè la Germania e i suoi mercati satelliti. Chi è distante da questo standard, se vuole restare nell’euro, deve convergere adottando le politiche di bilancio e fiscali necessarie per essere considerato allineato. Altrimenti, con la gradualità necessaria, si preferisce accompagnare, nella maniera e con le modalità più soft possibili, lo stato membro inadeguato verso il portone dell’euro. La decisione dell’ultimo mega vertice europeo sul caso Grecia va proprio in questa direzione. Non si dichiara che Atene debba uscire dalla moneta unica, né tantomeno che la composizione dell’euro viene modificata, perchè si preferisce affidare allo strumento di un default selettivo l’eventuale lenta uscita della Grecia dalla moneta unica. Come può uno stato membro in default, cioè senza possibilità di finanziarsi direttamente, continuare a far parte di un’area monetaria integrata? Si tratta di una ipotesi davvero improbabile, ma è di gran lunga più facile gestire questo passaggio che non annunciare una uscita tout court dello stato ellenico dalla moneta unica.
In questo modo Berlino sta affermando contestualmente tre fatti importanti. Quello legato al fatto che è di fatto è soltanto la Germania a determinare la rotta della moneta unica, visto che la Francia ha una voce in materia sempre più marginale. Quello relativo al fatto che per i paesi non virtuosi e disallineati la lunga stagione, favorita dalla guerra fredda, dei bilanci pubblici in permanente disavanzo è davvero conclusa e che la classe politica deve saper fare il cambio di marcia altrimenti l’ancoraggio all’euro non c’è più. E, infine, quello connesso con la possibilità che una moneta unica ripensata al nuovo contesto del secondo decennio del ventunesimo secolo possa essere un passaggio nell’interesse della maggioranza dei cittadini e delle imprese europee. La condotta tedesca degli ultimi 15 mesi testimonia come a Berlino ci sia davvero poca intensione di cambiare strategia. In qualche modo si tratta di un fatto prevedibile perché la lunga stagione degli equilibri mondiali ed europei, iniziata a Yalta durante la seconda guerra mondiale, è davvero chiusa come la crisi di azione in corso a Washington certifica con piena evidenza.











