La Merkel vuole un nuovo euro ma non lo dice espressamente

scritto il 6 August 2011 da Narduzzi Edoardo

Lo spread tra Btp e Bund ha registrato ieri il nuovo differenziale record di 400 punti base. Essendo l’Italia uno dei paesi pilastro della casa comune europea e una delle più grandi economie del pianeta, è chiaro che ciò che si sta verificando deve essere analizzato con uno sguardo che va oltre il quotidiano. Perché le indecisioni e le diversità di visione sulle strategie da adottare, che ormai convivono da molti mesi tra i partner dell’eurozona, segnalano una volontà di cambiamento profondo rispetto a quanto fu deciso negli anni ottanta dagli allora leader di un’Europa molto diversa da quella di oggi.
La Germania della Cancelliera Angela Merkel vuole ad ogni costo restare ancorata al suo modello di sviluppo collaudato da molti decenni di successi: capacità di produrre per l’export e di gestire un continuo e importante attivo commerciale. Nella testa dei decisori tedeschi l’euro deve essere un facilitatore dei questa strategia export-led da ventunesimo secolo. E non una valuta indebolita dai conti pubblici truccati dei greci o dei portoghesi, né tantomeno una moneta resa poco credibile dai debiti o dai disavanzi pubblici degli stati membri. L’euro che hanno in testa i tedeschi è semplice: nessuna integrazione ulteriore nella governance politica ma una valuta considerata forte, quindi anche ritenuta utilizzabile come riserva monetaria a livello internazionale, per denominare contratti ed investimenti. L’euro tedesco deve semplificare gli scambi commerciali e finanziari nel mercato unico e trasferire forza e credibilità operativa nell’azione mercantile globale. Non è, quindi, una valuta per la quale dissanguarsi in caso di crisi, perché gli obiettivi minimi assegnatigli da Berlino sono conseguibili agevolmente attraverso una banca centrale credibile ed indipendente ed una unione di stati tra loro relativamente omogenei. Omogenei, ovviamente, alle caratteristiche macroeconomiche dei paesi core dell’eurozona, cioè la Germania e i suoi mercati satelliti. Chi è distante da questo standard, se vuole restare nell’euro, deve convergere adottando le politiche di bilancio e fiscali necessarie per essere considerato allineato. Altrimenti, con la gradualità necessaria, si preferisce accompagnare, nella maniera e con le modalità più soft possibili, lo stato membro inadeguato verso il portone dell’euro. La decisione dell’ultimo mega vertice europeo sul caso Grecia va proprio in questa direzione. Non si dichiara che Atene debba uscire dalla moneta unica, né tantomeno che la composizione dell’euro viene modificata, perchè si preferisce affidare allo strumento di un default selettivo l’eventuale lenta uscita della Grecia dalla moneta unica. Come può uno stato membro in default, cioè senza possibilità di finanziarsi direttamente, continuare a far parte di un’area monetaria integrata? Si tratta di una ipotesi davvero improbabile, ma è di gran lunga più facile gestire questo passaggio che non annunciare una uscita tout court dello stato ellenico dalla moneta unica.
In questo modo Berlino sta affermando contestualmente tre fatti importanti. Quello legato al fatto che è di fatto è soltanto la Germania a determinare la rotta della moneta unica, visto che la Francia ha una voce in materia sempre più marginale. Quello relativo al fatto che per i paesi non virtuosi e disallineati la lunga stagione, favorita dalla guerra fredda, dei bilanci pubblici in permanente disavanzo è davvero conclusa e che la classe politica deve saper fare il cambio di marcia altrimenti l’ancoraggio all’euro non c’è più. E, infine, quello connesso con la possibilità che una moneta unica ripensata al nuovo contesto del secondo decennio del ventunesimo secolo possa essere un passaggio nell’interesse della maggioranza dei cittadini e delle imprese europee. La condotta tedesca degli ultimi 15 mesi testimonia come a Berlino ci sia davvero poca intensione di cambiare strategia. In qualche modo si tratta di un fatto prevedibile perché la lunga stagione degli equilibri mondiali ed europei, iniziata a Yalta durante la seconda guerra mondiale, è davvero chiusa come la crisi di azione in corso a Washington certifica con piena evidenza.

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Sanità disastrata perché i pazienti sono remissivi

scritto il 28 September 2010 da Narduzzi Edoardo

ItaliaOggi
Numero 230 pag. 2 del 28/9/2010
I COMMENTI
di Edoardo Narduzzi

Nelle ultime settimane i fatti di cronaca hanno ricordato agli italiani che, perfino un parto cesareo, può finire in tragedia negli ospedali pubblici del Sud. La sensazione diffusa è che, a sud di Roma, entrare in una struttura sanitaria equivalga sempre di più ad andare al casinò: i rischi sopportati dai cittadini si sono fatti sempre più elevati. Ora sono diventati davvero troppo alti, tanto che in molti hanno iniziato a dubitare se sia ancora ragionevole continuare a finanziare con una montagna di denaro pubblico strutture che hanno prodotto e producono risultati tanto scadenti. Del resto, all’inizio di questa legislatura era stato lo stesso premier Silvio Berlusconi ad avanzare la proposta di introdurre tassi di privato nella produzione dei servizi sanitari. Il modello lombardo, fondato su un mix di offerta, funziona così da anni ed è in equilibrio finanziario. Perfino gli svedesi e i finlandesi hanno avviato piani di privatizzazione di talune strutture sanitarie, così da togliere di mezzo ogni scusante alle resistenze verso le riforme. Una sanità con costi crescenti, per la demografia e l’impatto degli investimenti in tecnologia, non può rimanere ostaggio del monopolio pubblico dell’offerta. Il settore si è fatto troppo ampio, articolato e complesso per poter essere servito al meglio da una burocrazia post weberiana. Più passerà il tempo e più i cittadini inizieranno a manifestare il proprio dissenso verso un servizio sanitario lento nel riformarsi e cambiare pelle. Ma soprattutto i cittadini tenderanno a trasformarsi in consumatori. Smetteranno la propria divisa di semplici elettori e indosseranno quella di informati e pretenziosi consumatori. Inizieranno a pretendere che i servizi sanitari ricevuti siano adeguati alle loro aspettative in termini di qualità. In questo modo inizierà proprio quella rivoluzione che uno dei principali settori produttivi delle economie contemporanee necessita: diventare business consumercentrico come il resto dell’economia. Servizi pensati a partire da quello che la domanda vuole comprare e non definiti a tavolino dai burocrati ministeriali in qualche piano alto. Meno pianificazione centralista e meno standardizzazione produttiva e molta più sensibilità a produrre ciò che i consumatori sono interessati a ricevere. Il consumatore è stato finora quasi del tutto assente in campo sanitario e le conseguenze di tale ingiustificata assenza si vedono tutte in taluni risultati. Ora la necessità di riformare il welfare state europeo, come i voti del 2010 degli elettori britannici e svedesi hanno evidenziato, ripropone con urgenza il passaggio ad una sanità all’insegna dei consumatori.

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La sfida di Obama è gestire la Facebook economy

scritto il 24 September 2010 da Narduzzi Edoardo

MF
Numero 188 pag. 8 del 24/9/2010
COMMENTI & ANALISI

Barack Obama ha dimissionato anche il suo consigliere economico più titolato, quel Larry Summers che era stato segretario e sottosegretario al Tesoro per ben otto anni durante l’amministrazione Clinton. Solo qualche settimana fa era tornata ad insegnare a Berkeley Christina Romer, responsabile del Comitato dei consiglieri economici, una keynesiana accanita trovatasi in difficoltà per gli scarsi risultati conseguiti sul fronte della disoccupazione dalle politiche da lei sostenute.

Ora che anche Summers ha fatto ritorno alla sua cattedra ad Harvard, l’amministrazione Obama svolta definitivamente rispetto ai troppi vincoli con la cultura democratica degli anni novanta.

I legami con la presidenza Clinton, incarnati in molti modi dallo stesso Summers, si esauriscono qui, mentre inizia la fase probabilmente più originale dell’amministrazione Obama.

Il presidente ha capito che deve tenere contemporaneamente due timoni: quello della congiuntura nel bel mezzo della peggiore crisi economica da quasi un secolo e quello che dovrebbe gestire un’evoluzione socio-economica che ha trasformato il vecchio ceto medio, il motore dei consumi del novecento, in un soggetto diverso.

Non sono più applicabili le ricette valide qualche decennio fa, in un’America unilateralmente imperiale, quindi ampiamente in grado di di esportare le sue crisi, all’avanguardia in molti settori tecnologici e produttivi nonché monopolista della finanza innovativa e della capacità di decidere l’allocazione del capitali. Un’America che non esiste più. Il paese che Obama deve traghettare al di là della crisi non vuole la spesa pubblica monstre accompagnata da crescenti oneri fiscali che le tradizionali ricette keynesiane vorrebbero far seguire al presidente. La rivoluzione reaganiana degli anni 80 ha prodotto effetti comunque permanenti nella cultura diffusa statunitense. Un eccessivo intervento pubblico è visto con sfavore dai più, anche quando la situazione economica è grave, perché l’iniziativa privata è considerata più efficace. Da questo fatto acquisito Obama deve ripartire per condurre la Facebook economy che si trova a governare oltre la crisi.

Così il presidente è tornato a guardare a Chicago, l’ateneo che più di ogni altro negli Usa ha alimentato e forgiato la rivoluzione reaganiana. Un’università dove ha insegnato lo stesso Obama e che oggi è molto più interessante per i democratici di quanto non lo fosse qualche tempo fa, perché ha saputo far convivere e in qualche modo mescolare la sua anima liberista e monetarista più tradizionale con quella neocontrattuale, secondo la quale esistono nuovi spazi di azione nel mercato contemporaneo per gruppi e comunità di individui e consumatori. Da Chicago viene il nuovo capo del Comitato dei consiglieri economici, Austan Goolsbee, e con lui lavorano per la Casa bianca altri giovani economisti in cattedra nella stessa città dove Obama era un tempo senatore.

Il tentativo è quello di dar vita ad una politica economica democratica percepita come originale dagli elettori. Più vicina al mondo delle imprese, più capace di concepire politiche fiscali discontinue, più sensibile alle ragioni dell’economia reale e meno schiacciata su Wall Street, più pronta a sfruttare al meglio il contesto socioeconomico dell’America contemporanea. Si tratta di segnare una svolta, anche culturale, rispetto alla tradizione democratica e di rilanciare la presidenza Obama, iniziata all’insegna della rivoluzione e impaludatasi nei fanghi della crisi e nelle discussioni economiche del novecento. Serve il colpo d’ala perché il tempo stringe, per questo il presidente americano ha rispedito in California e in Massachusetts i professori simbolo del programma democratico tradizionale. Rivisitare la solita ricetta non basta più, Obama ora deve muoversi sulla frontiera della politica economica. Essere kennedyano nel coraggio delle scelte da fare, non soltanto il preferito dalla famiglia Kennedy. La sfida vera per l’amministrazione Obama comincia ora.

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La Svezia privatizza il welfare, Bersani ed Epifani meditino

scritto il 21 September 2010 da Narduzzi Edoardo

ItaliaOggi
Numero 224 pag. 2 del 21/9/2010
IL PUNTO

Non accadeva da un secolo nella tranquilla, efficiente e socialmente avanzata Svezia che un governo conservatore vincesse due elezioni di fila. La coalizione di centro-destra guidata dal premier Frederick Reinfeldt ha realizzato il miracolo. Nella realtà un doppio miracolo: perché i socialdemocratici non sono più, per la prima volta dal 1930, il principale partito del Regno. Ha vinto nelle urne la politica economica seguita dal governo uscente caratterizzata da tagli alle imposte sui redditi, privatizzazioni di imprese pubbliche e, soprattutto, diminuzione delle prestazioni del welfare state e affidamento ai privati della produzione di parte dei servizi sanitari e scolastici. La Svezia, idealtipo per decenni dello stato sociale obiettivo fatto di elevate imposte e di prestazioni capaci di accompagnare il cittadino dalla culla alla tomba, ha voltato definitivamente pagina con il welfare novecentesco. E adesso, come indicato nel programma elettorale, Reinfeldt andrà avanti con la politica di ampliamento del welfare mix e con la riduzione delle imposte. Per gli svedesi si apre davvero una stagione nuova. Il risultato non deve sorprendere più di tanto: l’economia svedese è quella che sta crescendo di più tra quelle europee e ha appena ottenuto la medaglia d’argento di seconda economia più competitiva del mondo, dopo la Svizzera, dagli analisti del World Economic Forum. Questi risultati e la competenza con la quale il ministro delle finanze Anders Borg, un economista quarantenne eccentrico con coda di cavallo e orecchino, ha portato avanti l’azione riformatrice, hanno rivoluzionato le consolidate certezze svedesi. In Svezia il modello socialdemocratico esce di scena e sicuramente non ci rientrerà più come lo abbiamo conosciuto nel Novecento con la fiscalità record e il welfare onnivoro. Se poi si considera, che questa rivoluzione avviene a ridosso della fine della più grave recessione dagli anni trenta in poi e che tutto ciò avrebbe dovuto premiare soprattutto i tradizionali partiti favorevoli alla spesa pubblica ed al generoso stato sociale, si capisce quanto rischi di essere ancora più storico il voto degli svedesi di domenica scorsa. Ora il dibattito sulla fiscalità e sulla dimensione e sulle funzioni dello stato sociale non potrà più restare congelato ai dogmi del passato anche negli altri stati europei. Il modello pluridecennale incarnato dalla socialdemocrazia scandinava esce di scena e si tira dietro le troppe certezze acquisite di tutti i socialdemocratici europei e dei sindacati di sinistra. Il leader del Pd e il segretario della Cgil facciano rapidamente profonde riflessioni sul perché neppure i civilizzati svedesi vogliono più delegare troppo allo stato facendosi tartassare.

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L’economia aziendale per fare la Big Society

scritto il 16 September 2010 da Narduzzi Edoardo

ItaliaOggi
Numero 220 pag. 2 del 16/9/2010
I COMMENTI

La scorsa settimana il cancelliere dello scacchiere inglese ha tagliato di altri 4 miliardi di sterline la spesa annua per il welfare dei prossimi bilanci. La crisi economica è così definitivamente entrata nei capitoli della spesa pubblica novecentesca. E così il dibattito sul superamento del welfare state sta guadagnando momentum. Il progetto di Big Society, lanciato dal nuovo premier britannico in campagna elettorale, ha agito da acceleratore su un fenomeno, l’eccessiva e non più sostenibile e conveniente produzione di servizi alle persone da parte dello stato, che l’esplosione dei recenti disavanzi pubblici aveva riportato nell’agenda delle priorità della politica. L’obiettivo, adesso, è quello di far crescere il ruolo dei corpi e delle organizzazioni non pubbliche nella gestione dei bisogni sociali. Far arretrare la mano pubblica e responsabilizzare la società civile. Riequilibrare ruoli e pesi pubblici e privati nella produzione di servizi sociali. Si tratta di un doppio passaggio rispetto all’esperienza novecentesca, perché spinge lo sguardo oltre la dimensione impresacentrica nella produzione e perché prende atto del fatto che gli stessi beni e servizi, per essere prodotti, non necessitano più del quasi monopolio pubblico. Innanzitutto l’azienda, una categoria che non coincide con quella di impresa, perché più ampia estendendosi fino a ricomprendere ogni forma organizzativa, anche quelle non orientate a realizzare il profitto, finalizzata alla produzione di beni o servizi. In questa accezione l’azienda diventa una categoria ampia ed utile per superare la perfetta correlazione tra capitalismo ed impresa. Tutto ciò che è azienda ma non impresa può essere, perciò, al servizio della Big Society. L’azienda in questo modo diventa uno strumento organizzativo ed operativo delle strutture non profit e dei cosiddetti corpi intermedi. Uno strumento per rendere effettivamente operativa la migrazione dallo stato «totale» del welfare novecentesco alla Big Society del secolo in corso. Il che significa anche passare da uno stato sociale pagato a piè di lista, ad una produzione di servizi alle persone economicamente sostenibile. La sanità o l’istruzione concepiti come servizi universali e pagati in disavanzo, sono il prodotto ideologico del welfare novecentesco. Diritti in qualche modo piovuti dal cielo che dovevano, comunque, essere prodotti a prescindere dal loro costo. Una visione ricondotta alla realtà dalla recente recessione che ha evidenziato la non finanziabilità, in ogni situazione, dei deficit pubblici. L’azienda, insomma, come strumento della Big Society, per andare oltre lo stato assistenziale, paternalistico e ideologico e, soprattutto, per rimettere l’uomo ed i suoi bisogni al centro del tutto.

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Gates e Buffet rivoluzionano il burocratico welfare state

scritto il 9 September 2010 da Narduzzi Edoardo

ItaliaOggi
Numero 214 pag. 2 del 9/9/2010
I COMMENTI

Negli Usa è nato un nuovo club di miliardari. Molto esclusivo e originale, associa soltanto coloro che hanno deciso di donare almeno un miliardo di dollari in opere o attività di beneficenza. Meglio dire: in azioni finalizzate a promuovere il benessere collettivo. Il club è stato promosso e fondato dai due plurimiliardari forse più famosi degli Stati Uniti, Bill Gates, patron di Microsoft, e Warren Buffet, il mago di Omaha. Due personaggi che fanno le cose sul serio e che non sono soliti perdere tempo nel cosiddetto teatrino della politica. Insieme, dunque, Bill e Warren per fare che cosa? Per provare a rivoluzionare il rapporto tra bisogni sociali e disponibilità patrimoniali private. Per attivare una rete di attività solidaristiche gestita con la cultura e il metodo dell’azienda di stampo privato. E per darsi e avere obiettivi ambiziosi di taglio sociale hanno deciso di mettere l’asticella all’altezza di un miliardo di dollari, perché questa altezza, implicitamente, significa che soltanto gli imprenditori privati di maggior successo, quelli che sono davvero diventati miliardari con le loro idee, il talento e l’energia necessari per trasformarle in imprese di successo, possono far parte del club. Una selezione basata sul tasso di patrimonio prodotto dalle dinamiche del mercato, quindi da un arbitro terzo. I miliardari filantropi sono già al lavoro. Porteranno nella gestione e nella soluzione di problemi sociali la determinazione, l’esperienza, la cultura e la voglia di avere successo che li ha contraddistinti nel fare impresa per produrre profitti. Detto in altro modo, significa che alcuni problemi di tutti, quali, per esempio, l’analfabetismo, la mortalità infantile o l’Aids, non saranno più gestiti da una struttura burocratica pubblica finanziata con le tasse dei cittadini e popolata prevalentemente da persone che sono lì per guadagnarsi uno stipendio, ma da aziende private totalmente motivate a far rendere al meglio il capitale ricevuto per realizzare la finalità sociale. La migliore energia imprenditoriale del capitalismo americano si scarica al servizio del miglioramento del novecentesco welfare state. Politici, sindacalisti e burocratici fanno un passo indietro, mentre gli imprenditori di successo guadagnano il palcoscenico dell’azione sociale. Visti i risultati ottenuti nel creare benessere per tutti nel settore privato, c’è poco da dubitare che i tanti Gates e Buffet filantropi avranno successo. È nata una nuova aristocrazia del welfare privatistico e per tutti quelli che hanno davvero interesse alla soluzione dei bisogni sociali si tratta davvero di una bella notizia.

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Eccovi la scuola elementare che avrei voluto per me

scritto il 8 September 2010 da Narduzzi Edoardo

ItaliaOggi
Numero 213 pag. 2 del 8/9/2010
I COMMENTI
L’analisi

di Pierluigi Magnaschi

ItaliaOggi ha illustrato ieri l’iniziativa della Fondazione Della Valle di ristrutturare la scuola elementare di Casette d’Ete, una frazione di 2.887 abitanti di Sant’Elpidio al mare, con il nome da fiaba, che si trova in provincia di Fermo (Marche). Diego della Valle, mister Tod’s, nell’inaugurare l’opera, che è un campus immerso nel verde, ha ricordato la motivazione di base di questa iniziativa: «Volevo regalare ai bambini del mio paese la scuola che avrei voluto avere quand’ero piccolo». E poi ha aggiunto: «Faccio quello che fa parte delle mie tradizioni; quelle che mi hanno insegnato: ridare agli altri un po’ di quello che ho avuto, puntando, in particolare, a soddisfare i bisogni di bambini e degli anziani». L’iniziativa della Fondazione Della Valle affonda le radici nel passato di una lunga tradizione cattolico-rurale basata sulla responsabilità individuale e si apre alle prospettive del futuro che, in tutto il mondo, si sta costruendo. Il passato era quello della filantropia industriale che si è sviluppata rigogliosamente fino agli anni Sessanta (basti citare la Città sociale di Valdagno voluta dai Marzotto, nel 1939; o la città operaia di Camillo Olivetti a Ivrea; o il complesso di Metanopoli per i dipendenti Eni a San Donato Milanese e così via). La filantropia industriale però, anziché essere stata fatta adeguare alle mutate necessità dei tempi, venne assassinata, al grido di «paternalismo» dal sindacalismo sessantottardo. Il futuro della filantropia industriale è stato da tempo stato disegnato dai libri di un nostro illustre collaboratore, l’economista Edoardo Narduzzi che, con grande anticipo, ha disegnato nella «big society», oggi interpretata dal premier inglese David Cameron, il futuro per rendere sostenibile un welfare indifferenziato, burocratico, dissipatore e senz’anima, né soddisfazioni. Al «big state» (lo stato obeso) viene oggi opposta (o affiancata) la «big society» cioè una società dove le decisioni tendono a essere decentrate e assunte con l’ottica della sussidiarietà. Che la scuola di Casette d’Ete sia stata finanziata dalla Fondazione Della Valle e progettata dall’architetto Barbara Pistilli (che è moglie di Diego Della Valle) evidenzia un altro aspetto di questa iniziativa. L’imprenditore poteva stanziare i soldi e poi far fare. Invece ha voluto fare lui e mobilitare anche la sua famiglia. La scuola di Casette d’Ete non è così il risultato di uno stanziamento ma di un coinvolgimento. Non è costata solo soldi ma anche passione. Questo è il capitalismo dal volto umano, quello che si ferma un’attimo dalla corsa al profitto (che è indispensabile per creare i posti di lavoro) e pensa anche a cosa fare per gli altri.

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Per dire basta all’assistenzialismo, le aziende operino nel sociale

scritto il 7 September 2010 da Narduzzi Edoardo

MF
Numero 175 pag. 7 del 7/9/2010
COMMENTI & ANALISI

Il dibattito sul superamento del welfare state sta guadagnando momentum. Il progetto di Big Society, lanciato dal nuovo premier britannico David Cameron, ha agito da acceleratore su un fenomeno: l’eccessiva e non più sostenibile produzione di servizi alle persone da parte dello Stato, che l’esplosione dei recenti disavanzi pubblici aveva riportato nell’agenda delle priorità della politica. L’obiettivo, adesso, è di far crescere il ruolo dei corpi e delle organizzazioni non pubbliche nella gestione dei bisogni sociali. Far arretrare la mano pubblica e responsabilizzare la società civile. Riequilibrare ruoli e pesi pubblici e privati nella produzione di servizi sociali. Si tratta di un doppio passaggio rispetto all’esperienza novecentesca, perché spinge lo sguardo oltre la dimensione impresacentrica nella produzione e perché prende atto del fatto che gli stessi beni e servizi, per essere prodotti, non necessitano più del quasi monopolio pubblico. Si tratta, in sostanza, di capire come e seguendo quali organizzazioni i privati possono sostituire lo stato nella gestione di parti della Big Society. Pellegrino Capaldo in un suo recente lavoro, L’Economia aziendale oggi, offre qualche interessante spunto di riflessione. Anzitutto l’azienda, una categoria che non coincide con quella di impresa, perché più ampia estendendosi fino a ricomprendere ogni forma organizzativa, anche quelle non orientate a realizzare il profitto, finalizzata alla produzione di beni o servizi.

In questa accezione l’azienda diventa una categoria ampia e utile per superare la perfetta correlazione tra economia mercantilista e società commerciale, tra capitalismo e impresa. Non esiste, in una democrazia liberale, soltanto lo scambio regolato dal prezzo; dal che ne consegue che non esiste soltanto la declinazione dell’impresa come forma organizzativa totalizzante il concetto di azienda. Tutto ciò che è azienda ma non impresa può essere, perciò, al servizio della Big Society. In questo quadro i privati possono utilizzare l’azienda per produrre beni e servizi non destinati a generare profitto, quindi capaci di coprire i costi di produzione e i costi per il deperimento dei beni a utilità pluriennale, o anche per produzioni con finalità altruistica, cioè quando il prodotto viene donato. L’azienda in questo modo diventa uno strumento organizzativo e operativo delle strutture non profit e dei cosiddetti corpi intermedi. Uno strumento per rendere effettivamente operativa la migrazione dallo Stato totale del welfare novecentesco alla Big Society del secolo in corso. Il che significa anche passare da uno stato sociale pagato a piè di lista, cioè distante dalla cultura del controllo dei costi di produzione e della effettiva sostenibilità economica del servizio, a una produzione di servizi alle persone economicamente e finanziariamente possibile perché in equilibrio contabile. La sanità o l’istruzione concepiti come servizi universali e pagati in disavanzo, cioè con le imposte delle generazioni future, sono il prodotto ideologico del welfare novecentesco refrattario a ogni cultura aziendale e quantitativa. Diritti in qualche modo piovuti dal cielo che dovevano, comunque, essere prodotti a prescindere dal loro costo. Una visione ricondotta alla realtà dalla recente recessione mondiale, che ha evidenziato la non finanziabilità, in ogni situazione, dei deficit pubblici. Per dirla con Capaldo, «dobbiamo far comprendere che l’azienda non ha fini suoi propri, che essa è strumento dotato di grande duttilità organizzativa in grado di aprirsi ai fini più diversi». L’azienda, insomma, come strumento della Big Society per andare oltre lo Stato assistenziale, paternalistico e ideologico e, soprattutto, per rimettere l’uomo e i suoi bisogni al centro del tutto.

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Obama corteggia il ceto medio che non c’è più

scritto il 2 September 2010 da Narduzzi Edoardo

MF
Numero 172 pag. 5 del 2/9/2010
COMMENTI & ANALISI

I Tea Party stanno animando la politica americana. Con gli ultimi sondaggi che danno i repubblicani in vantaggio di ben dieci punti alle prossime elezioni di novembre, il presidente Barack Obama è stato costretto a cambiare strategia e ora punta alla riduzione delle imposte per il ceto medio e le piccole imprese. Ma sono proprio quelli che qualche anno fa si consideravano ancora ceto medio ad animare le riunioni dei Tea Party. I nuovi conservatori americani sono populisti perché non sono più un ceto di mezzo tra gli operai e la ristretta élite capitalistica del Novecento. Adesso sono, più modestamente, membri di una classe massificata dai nuovi meccanismi di produzione e consumo a livello globale. Aspirerebbero a essere ancora ceto medio e per questa ragione corrono a frotte ai Tea Party che spopolano ovunque negli Usa. Sognano la tranquillità e le certezze del ceto medio americano degli anni 70 o 80 che nessuno può più offrire. Neanche Obama. Neanche Barack, che ai loro occhi appare come un pericoloso comunista. Per provare a salvare il salvabile, cioè la maggioranza parlamentare democratica in parlamento, Obama ha rilanciato la proposta di tagli fiscali. Aliquote più basse per i redditi medi americani, magari accompagnate da specifiche nuove misure di deduzione o detrazione di spese dalla base imponibile. Ancora non è chiaro cosa il presidente Usa abbia in testa. È chiaro, invece, che Obama pensa a una tradizionale manovra fiscale. A un intervento senza visione, senza una cifra innovativa nel ridisegnare il rapporto tra fisco e contribuenti. Rispetto a Ronald Reagan, la differenza è enorme.

Reagan pensò e fece approvare da un parlamento a maggioranza democratica una riforma fiscale complessiva che ridefiniva la relazione tra fisco ed economia statunitense. Obama, invece, si limita a proporre tagli da manovrina estiva, segnalando che la sua amministrazione sul piano della visione economica rimane fortemente deficitaria. Era stato eletto per essere un nuovo Kennedy, cioè per aprire, anche in economia, nuove frontiere, e si ritrova ad ammettere «non ho la bacchetta magica». Così Obama si autotrasforma da presidente dal potenziale rivoluzionario, fatto che ha giocato un ruolo fondamentale nel 2008 nel favorire la sua vittoria elettorale, in uno dei tanti inquilini della Casa Bianca. E nessuno dovrà meravigliarsi se a novembre perderà le elezioni. Per di più è un po’ sorprendente che la campagna elettorale americana si stia giocando tutta intorno a un protagonista ormai scomparso dall’azione sociale. Il ceto medio è l’idealtipo di una classe che fu, prodotta dall’innovazione mercantile e borghese, prima, e rafforzata dalla rivoluzione industriale, poi, non più uno strato politico distinto al quale la politica può rivolgersi direttamente. Correttamente i Tea Party evocano i piaceri passati del ceto medio per far leva politica sul populismo e accrescere il proprio peso parlamentare. Offrono il sogno di un passato che si vorrebbe riacciuffare e che non c’è più per colpa della globalizzazione, dei cinesi, della troppa socialità obamiama e via di questo passo. Politicamente intelligente, anche se non fa un programma di governo. Obama, invece, promette di ridurre le tasse a insegnanti che ormai si percepiscono come marginalizzati o a liberi professionisti in parte proletarizzati nei guadagni medi. La priorità, per loro, non è più la semplice riduzione delle tasse, bensì la sopravvivenza in una società che percepiscono come sempre più rischiosa. Non si sentono più ceto medio da tempo e sanno che non ritorneranno a esserlo per qualche punto in meno di aliquota sui redditi. A loro Obama dovrebbe offrire un modello per sentirsi consumatori del Ventunesimo secolo rassicurati nelle loro aspettative di benessere quantomeno non decrescente. Se sapesse farlo sarebbe un leader da libri di storia, ma non sembra essere questo il destino dell’ex senatore democratico.

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Per il welfare europeo è iniziato l’ultimo giro

scritto il 31 August 2010 da Narduzzi Edoardo

ItaliaOggi
Numero 206 pag. 2 del 31/8/2010
I COMMENTI

Le ferie sono periodi produttivi. L’agosto appena alle nostre spalle lo è stato davvero a 360 gradi per il dibattito riformista sul cosiddetto stato sociale. E ha interessato trasversalmente vari protagonisti della vita europea. Il nuovo premier inglese, David Cameron, ha varato un taglio draconiano della spesa pubblica contestualmente al lancio del progetto «Big Society»: meno produzione diretta dello stato dei servizi sociali alle persone e più delega ai privati e alle realtà territoriali. L’obiettivo è quello di dotare la società britannica di un welfare state non monopolisticamente pubblico, allargandone la base dei produttori. Un sogno? Niente affatto, perché è probabilmente l’unico modo di poter continuare a produrre i servizi sociali domandati dalle persone senza dover passare per ulteriore prelievo fiscale. Cameron ridurrà drasticamente la macchina pubblica inglese e questo è un fatto rivoluzionario come lo furono le liberalizzazioni della signora Thachter nel 1979. Un consigliere socialista della Bundesbank, Thilo Sarrazin, ha appena dato alle stampe un libro nel quale accusa il welfare state tedesco di eccessiva generosità verso gli immigrati, così da contribuire al sovvertimento dell’equilibrio demografico. Vero? Certamente il welfare non era stato pensato per operare in una società nella quale gli indigeni procreano poco e invecchiano e gli immigrati hanno dinamiche opposte. In questo modo si produce una redistribuzione non manifestamente dichiarata che va oltre i confini linguistici e culturali di uno stato. Infine, l’amministratore delegato della Fiat al meeting di Cl a Rimini ha invitato le parti sociali a farsi portatrici della richiesta di un nuovo welfare in linea con le caratteristiche del mercato globale. Si tratta di chiedere uno stato sociale i cui costi il consumatore globale, molto ben informato, opportunistico, low cost per inclinazione e consapevole del proprio potere, è disposto a pagare nel prezzo di acquisto. Questo è il mercato e pensare di poter andare contro vento non porta da nessuna parte, meglio salvare il salvabile prima che sia troppo tardi: quando cioè ulteriore ricchezza si sarà trasferita altrove. Da qualunque prospettiva lo si voglia analizzare il welfare state novecentesco non sta più in piedi. Non lo vogliono adottare gli emergenti, non ci pensano a pagarlo i consumatori, non sono intenzionati a difenderlo i politici più coraggiosi, non esistono più le basi fiscali per finanziarlo. Si apra un dibattito concreto su quale livello di servizi sociali sono oggi finanziabili dalle economie europee e si archivi un modello del passato che nel ventunesimo secolo non ha più il passaporto con i visti al posto giusto per poter essere esportato.

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